La Loggia degli strilli

-Alice! Scappa!

“Chi ha parlato?”

Il lupo sollevò il muso verso l’entrata segreta, guardò la ghiandaia. Dalle fauci semichiuse spuntavano un’ala e una zampa. Non sembrava Freddie.

“La voce era troppo stridula. Non ho capito chi fosse”.

Il cervello di Alice andava veloce, veloce come mai prima d’ora. In ogni istante s’aprivano abissi.

Non li vedeva. Li sentiva pigolare, terrorizzati, nell’angolo alla sua sinistra, coperti da quelli non avevano ancora deciso si potessero chiamare sedili. Il lupo era alla sua destra, quasi al centro dello scompartimento.

Volare alle sue spalle, permettere agli altri di fuggire? Provare a parlargli?

-Alice!

“Eccolo! È vivo”.

Freddie svolazzò sulla cima di un sedile, attirando l’attenzione del lupo.

-Chiama aiuto!- gridò Freddie, fuori di sé.

Alice non vide il lupo lasciar cadere la ghiandaia che teneva nelle fauci, non lo vide puntare il muso verso Freddie. Era già partita. Uscita dal Lombricone e scattata in direzione dell’Accademia.

-Aiuto! Soccorso!

Doveva chiamare qualcuno. Il preside, i corvi, qualcuno. Ma chi? Chi poteva, realisticamente, fare qualcosa?

Di nuovo, prima si mosse, poi se ne rese conto. Stava tornando indietro.

Piombò dentro alla Loggia con una picchiata precisa, senza nemmeno posarsi sull’uscio. Suo padre sarebbe stato fiero di lei: aveva penato tanto a farla volare come si deve.

Sbattè contro l’imbottitura di un poggiatesta, rovinò su un sedile. Il lupo si voltò di scatto, balzò sul tavolino. Le incombeva addosso, sbavante.

Era un lupo vecchiotto. Pelo rado, a chiazze mancante. Ma Alice non riusciva a guardare altro che le fauci. Quel nero pertugio, troppo grande, troppo vicino. Bianchi denti aguzzi, lingua penzolante.

-Se ha la lingua, può parlare.

Così aveva detto il professore, una volta. In realtà l’intenzione segreta di Leighton, quando aveva pronunciato quelle parole, era stata di lanciare una velleitaria frecciatina ai pesci del collega Christian; eppure quelle stesse parole strapparono Alice al terrore e la fecero gridare: –Chi sei? Cosa vuoi?

Il lupo calò il morso. Alice ebbe appena il tempo di schivare, lanciandosi nel corridoio tra i sedili; batté le ali e atterrò su un bracciolo.

Aveva provato con il lupese comune. Ritentò con il dialetto dei lupi dei colli: –Cosa vuoi da noi?

–Non parla!- strillò Gwenda, da sotto il sedile nell’angolo -Lui…

Un ringhio, ma con qualcosa del gemito, del guaito. Il lupo pose le zampe anteriori sul bracciolo di fronte a quello di Alice e modulò una frase complessa, della quale lei non capì nulla.

Non conosceva quella lingua.

I verdi occhi infossati brillavano di gusto, fissando la giovane ghiandaia spaesata.

Lei ebbe modo di vedere il corpo immoto, a terra, caduto dalle fauci della bestia. Era Roger. Poi il lupo scattò.

Alice lo schivò in uno svolazzo, ululando i peggiori insulti in tutti i dialetti lupesi conosciuti. Sentiva le mascelle della bestia scattare a pochi millimetri dalla propria coda.

A –Ladro di polli!-, formula denigratoria molto in voga tra i branchi delle piane dell’est, il lupo si lasciò sfuggire un verso inconfondibile: una risata.

“Mi capisce!” pensò Alice, battendo frenetica le ali per tenersi il più possibile vicino al soffitto, fuori dalla portata della bestia. Un pensiero, un’intuizione cercava di farsi largo nel cervello sconvolto della ghiandaia, ma il terrore non le permetteva di concentrarsi.

Il lupo compì un salto più alto, lei per schivarlo andò a sbattere contro un finestrino, precipitando poi su un tavolino. Le fu subito addosso.

Una zampa premette la coda. Le fauci tornarono ad avvicinarsi, ringhianti.

Alice batteva invano le ali, sopraffatta. Eppure, da qualche parte dentro di lei, ancora si faceva strada il pensiero.

-Lasciala!

Freddie si era gettato contro il lupo, cercando di colpirlo agli occhi. Un rapido movimento del muso, fauci scattanti: la bestia lo prese al volo.

Alice, costretta contro il tavolino, osservò la scena come al ralenti: il grido di Freddie, ali che sbattevano frenetiche, denti bianchi e piume, piume dappertutto.

La mente di Alice si svuotò. In un supremo atto di autodisfesa, perse ogni sensazione, ogni angoscia o pensiero. Distese i muscoli, smise di dimenarsi. Come se fosse già morta, come non fosse mai stata viva, mai stata cosciente. Ma il nulla che le aveva spazzato la mente aveva lasciato qualcosa. Quel pensiero. Quell’intuizione. Ora la vedeva chiaramente: era tutto ciò che restava.

Il tocco gentile, che la immobilizzava senza dolore.

La mascella non del tutto chiusa.

I denti bianchi, senza sangue.

-Perché fingi?

Il lupo si immobilizzò. Per un lungo istante gli occhi verdi della bestia e quelli grigi della ghiandaia s’incontrarono. Freddie, infilato nelle fauci dal bacino in giù, continuava a strillare e sbattere le ali.

–Non ci vuoi davvero uccidere– continuò Alice nel dialetto dei lupi dell’est –Lo avresti già fatto mille volte. E non fare finta di non capire. Cosa vuoi? Chi ti manda?

Il lupo non seppe più trattenersi e si liberò in una grande risata. Freddie cadde a terra, sbalordito, atterrito, ma incolume.

–Yhar yahr yahr! Beccato!– ghignò la bestia –Mannaggia Roger, avevi ragione. Sveglia, questa qui.

–Certo che, anche tu… se ti metti a ridere gliela fai troppo facile!– rispose Roger in lupese, di nuovo sulle sue zampe, anche lui perfettamente incolume –A noi avevi fatto penare molto di più…

-Roger!- strillò Gwenda, uscendo dal nascondiglio e lanciandosi verso il compagno, indecisa tra la furia e il sollievo -Cosa… tu… Rogerrr!

-Voi eravate così patetici…- ricordò il lupo, ilare –Non fosse stato per Henry, non ci sareste mai arrivati.

Alice si rimise in piedi, un po’ dolorante.

-Quindi questa era…

–Lo chiamiamo il Cimento.- disse il lupo -Il rito di passaggio per i nuovi membri della Loggia dei Bisbigli. Vi è piaciuto? Spero non ci siate rimasti male! Yhar yhar yhar! A proposito, io sono Davit. Molto piacere.

-Piacere tutto tuo- rispose Freddie a becco stretto, abbandonandosi stremato sul pavimento del Lombricone.

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