Nei meandri dell’Accademia

-Per di qua, svelta! Fai piano però.

-Dove stiamo andando?

-Per di qua, te l’ho detto.

-Sì, ma dove?

-Nelle stanze del preside, te l’ho detto.

Alice sospirò, esasperata: quando Freddie faceva così non c’era verso di parlare seriamente. Aveva quasi impressione che imitasse i modi stravaganti di Roger. Chissà se se ne rendeva conto. La cosa la infastidiva non poco… eppure si sentiva animata da una strana energia, come il brivido che solleva le penne poco prima di un temporale… come sempre, quand’era con Freddie. Questa volta più del solito, però. Questa volta si stavano aggirando in zone proibite dell’Accademia, nel buio pesto, per ficcare il becco in affari che non li riguardavano affatto.

Cos’avrebbero detto i suoi fratelli? Lei, la bacchettona, lei, la secchiona. Quella che faceva la spia alla mamma se qualcuno sgarrava, che aveva imparato a parlare ancor prima che a volare.

“Se decidi di andare all’Accademia, stai attenta. È un’esperienza che ti cambia” aveva detto Stephen.

Il fratellone aveva ragione, come sempre, ma non era solo quello. Uno spirito di pazzia s’impossessava di lei quand’era assieme alla giovane ghiandaia a cui ora becchettava le piume della coda per orientarsi nell’oscurità. Una consapevolezza intermittente che certe volte la sfiorava, altre la investiva: con Freddie potrei fare qualsiasi cosa.

Una cosa buona, no? Doveva essere una cosa buona.

-Ora si scende. Fai attenzione- bisbigliò lui.

Più si addentravano nel cuore dell’edificio, più la temperatura si abbassava, l’aria si faceva umida.

Il mormorio degli studenti in lutto era sparito. Li accompagnava solo il ticchettio delle loro unghie sulla pietra.

Pur vivendoci da parecchi mesi, Alice non si era ancora abituata alle forme della costruzione umana. Un albero è facile, un albero è intuitivo: per quanto contorti, i rami andranno sempre verso il tronco. Che senso avevano gli spazi enormi dell’Accademia, i suoi angoli bruschi? Quanto dovevano essere grossi, gli uomini? Cosa se ne facevano di tutte quelle nicchie? Domande senza risposta.

-Come conosci queste zone?- chiese lei -siamo parecchio distanti dal dormitorio…

-Ci venivo i primi tempi assieme a Carl- spiegò Freddie in un soffio -ci siamo fatti spiegare le strade da un ratto. Ci vivono dei ratti, da queste parti.

-Ma perché? Che ci venivate a fare?

Freddie incespicò appena. -Boh. Niente. A esplorare. Così, per divertirci.

Carlyle. Lui e Freddie erano inseparabili, i primi tempi. Come lei e Phoebe. Sapeva che Freddie avrebbe voluto chiedere ai grandi di farlo entrare nella Loggia, ma ancora non aveva osato.

A un certo punto, dopo un saltino, si trovarono a camminare sul legno. Legno morto e marcescente. Gli uomini lo usavano a profusione nelle loro costruzioni.

-Aspetta un attimo. Devo trovare un buco- sussurrò Freddie.

Lo udì scalpicciare tutto intorno, allontanandosi un pochino.

Di colpo Alice sentì tanto freddo. Era in luogo buio, sconosciuto e proibito.

E perché, poi? Cosa gliene importava, in fondo, del professor Leighton? Era un caso che fosse il suo professore; se alla sua classe ne fosse stato assegnato un altro, ora non si sarebbe trovata in quel posto, a correre rischi inutili.

-Freddie…- mormorò.

Nessuna risposta.

Tese l’udito: non lo sentiva più.

-Freddie!

-Shhhh!- rispose lui, zampettando al suo fianco -Sei matta, ruffiosbeffa? Ci farai scoprire! Ehi… ma stai tremando! Senti… se vuoi che torniamo indietro…- aggiunse in tono premuroso.

-No- disse lei, ritrovando le forze -no, procediamo.

Sarà stato solo un caso che il suo professore fosse Leighton, ma era un caso per il quale era grata. Era un ottimo professore. Certo, aveva un caratteraccio, e i suoi tentativi di fare il simpatico facevano cadere le piume, ma aveva imparato tanto da lui, in quei mesi. Non le andava giù che altri studenti lo considerassero un vecchio scimunito che manda i suoi alunni a morire. Se doveva difendere l’onore del suo professore, era il caso che fosse adeguatamente informata.

Freddie la guidò verso un buco nel pavimento.

-Fai attenzione, è bello stretto.

Si infilarono dentro: sembrava un cunicolo, come la tana di una talpa o di un coniglio, ma più squadrata. Sotto le loro zampe la pietra, sopra il capo il legno. Un posto da ratti, senza dubbio.

Procedettero strisciando in una posizione del tutto innaturale per un volatile.

-Siamo davvero in un meandro, eh?- mormorò Freddie a un certo punto.

Meandro. Una parola inventata da Ethel per descrivere i fiumi.

-Non proprio- rispose Alice -I meandri dovrebbero essere più serpeggianti, qui invece stiamo andando dritti, senza contare che

-Uhhh, chiedo scusa! Ora sì che ti riconosco, proffialoffia!

I due dovettero soffocare una risata.

Poco dopo udirono alcune voci sopra di loro, oltre il soffitto di legno marcio.

-Adesso silenzio sul serio- fece Freddie -Ci siamo.

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