Dopo il discorso di fine anno

-“…e, come diceva quello: “Raspanti atrocità / di perdute pernici / non condonano l’accatto / dei temuti amici“- declamò il preside Philmore, con trasporto. Tutti sperarono che il discorso stesse giungendo al termine.

-Cito naturalmente le immortali parole del gallo Baratta. Note a pochi, travisate dai più. Mi domando: è peggio ricordata la cosa dimenticata o la cosa incompresa? Ma divago, divago. Sia forse solo l’ammissione di quanto difficile è tirare le fila di questo anno appena passato. Un anno di tragedie predette e tragedie inattese. Ché non sempre le tragedie finiscono male!

Era raro vedere il preside Philmore in pubblico. Lo si incrociava di striscio, di tanto in tanto, nelle stanze più interne dell’Accademia. Girava voce che nelle sue camere personali, a ogni luna nuova, avvenissero lussuriosi festini. C’era chi diceva averlo visto consolare un cane, chi fare bagordi con gli orsi. Era perciò un po’ strano vedere quella ghiandaia, tanto favoleggiata, non essere altro che un vecchio uccellaccio debole e sovrappeso, apparentemente incapace di portare avanti un discorso coerente. All’inizio dell’anno aveva fatto una figura migliore. Quantomeno era stato conciso.

-Quant’è vero, signor Preside, quanto è vero!

Il professor Donovan approfittò della pausa teatrale del preside per volare al suo fianco e prendere la parola. Tra gli astanti si propagò un comune sopiro di sollievo. Non che gli studenti fossero grandi fan del corvo, anzi: il sentimento che il Nido volesse mettere il becco negli affari delle ghiandaie era forte e aizzava gli spiriti ribelli, ma i più erano ormai proiettati verso le vacanze. Qualsiasi cosa purché quel discorso finisse.

Donovan riuscì a portare la cerimonia alla conclusione, non senza un certo garbo. E furono subito grandi saluti, arrivederci e addii: l’anno scolastico era finito.

Freddie si guardò attorno. Lei non si faceva vedere da diversi giorni.

Non era più venuta in classe, non più alla Loggia. Si era rinchiusa nell’”infermieria” dell’Accademia. Quella stanza dove stavano le ghiandaie ferite, per avere tranquillità e riposo. Molto simile al castigo, pensava Freddie.

Volò tra ghiandaie trepidanti, perché poco avvezze a quelle prime separazioni, o perché non troppo sicure di potersi presto rivedere.

Quelli del primo anno si dividevano tra chi era certo di passare alle classi avanzate (i Preston e le Alici) e chi temeva di essere rimandato (le Cristal e i Finnegan). Tra i rimandati, pochi torneranno mai all’Accademia, destinati a condurre le vite comuni di ghiandaie comuni. Altri (i Finnegan) riprenderanno a frequentare la prima classe, incuranti dello stigma che ne deriva.

Tra le classi avanzate il processo non è tanto diverso: alcuni continueranno a frequentare, altri, i più meritevoli, avranno modo di esporre una Tesi Finale e sperare d’entrare nell’empireo degli insegnanti, o chissà, magari, andare a tradurre al Nido.

Sta di fatto che per molti la fine dell’anno era occasione di grandi saluti, arrivederci e addii. Chi torna a casa dalla famiglia. Chi soggiorna presso amici o parenti vicini. Per qualche mese l’Accademia è abbandonata dagli studenti e dal personale docente. Restano solo quei pochi che davvero, perlopiù a bassa voce, possono chiamarla casa.

Freddie non è certo tra questi. Freddie prevede di tornare a casa da mamma papà e sorelline, spera il prossimo anno di frequentare la classe avanzata. Sa che per un po’ non vedrà nessuna di queste ghiandaie, conosciute da poco, ma ormai così profondamente intrecciate alla sua vita. Tra tutte queste, ce n’è una in particolare che vuole rivedere. Anche solo un attimo, prima di salutarsi. Non possono passare mesi.

Sì, certo, se ne sono viste ghiandaie carine. Quella Theresa della classe avanzata, o anche Sabrina. Checché ne dicano, la professoressa Mabel. Gwenda, per tutte le piume d’un barbagianni, Gwenda sarebbe strafica! a non conoscerla troppo bene. E certo Ethel sa essere seducente… ma nessuna di queste era la ghiandaia che Freddie cercava in ogni dove.

Perché proprio lei?

Quand’era successo che, di punto in bianco, fosse lei il primo pensiero? Il becco che sperava di vedere ogni giorno?

Il modo in cui lo guardava. Doveva essere quello.

Non che ci avesse mai fatto troppo caso. Era un dato di fatto. Una presenza indiscussa. Solo ora che si era fatta assenza ne avvertiva il peso.

Volò all’infermieria. Non c’era nessuno. Anche il personale ausiliario partecipava alla festa di fine anno.

Valutò la possibilità di scendere nel castigo, il professor Leighton avrebbe potuto saper qualcosa, magari, ma non discese. Invece tornò fuori, volò sulla torretta più alta. Una decina di ghiandaie ne condivideva lo spazio, tutti schiamazzanti e su di giri.

Spintonato, si limitò a far spaziare lo sguardo sulla folla, speranzoso, fiducioso nel miracolo. Freddie è uno di quelli che se non trovano più una ghianda provano a cercarne un’altra, perduta tempo prima, certi che il caso, confuso, almeno una delle due finirà per offrirgli.

Non vide lei, ma vide Pheobe. L’amica del cuore. Assieme ad Aaron, il suo ganzo. Due che molto probabilmente non avrebbero continuato gli studi, ma cui le coincidenze accademiche avevano assicurato una famiglia. Freddie in fondo li invidiava. Volò loro incontro.

-Alice?- rispose Phoebe -Sì, l’ho vista.

Non la troverai, è già partita.

Sai che le nostre famiglie abitano entrambe nei pressi del Monte Ruscello. Mi ha detto di portare loro i suoi saluti.

Sì, non andrà a casa per le vacanze.

Mi ha fatto promettere di non dirlo.

Va bene, va bene, proprio perché sei tu. Però non dirlo in giro. E guarda… io spero che cambi idea, spero proprio di vederla dalle parti di Monte Ruscello. Ma… è partita.

A Pianasecca.