Occhio agli occhi del ciclone

Com’è che diceva sempre suo fratello?

-Peggio che chiacchierare con gli albatros.

Era la sua personalissima frase fatta per dire: ecco una cosa che non farei.

Ogni tanto gli chiedeva cosa significasse, quale fosse l’antefatto. Lei già lo sapeva, ma era così divertente stuzzicarlo…

-Insostenibili!- rispondeva Stephen con trasporto mai esausto -Passano il tempo a dire cose tipo: ‘E volavamo tanto alti che le nuvole erano come pesci in lontananza… eppure avvertivo il loro sguardo! Con occhi di ciclone, le nuvole mi fissavano…’ Bleah! Non farmici pensare!- e per un po’ andava esibendosi in un teatrino di falsi conati di vomito.

Alice rallentò il volo per fermarsi su un ramo amichevole.

Era fin troppo agitata. Doveva respirare.

Rimase immobile per qualche attimo. Attorno a lei i grilli ultimavano i preparativi per la routine serale, gli scoiattoli occultavano le riserve di cibo.

“Sono la rappresentante di classe” si disse “Quella che prima di agire pensa, capisce, valuta.”

Pensare.

Dare un nome.

Da cosa arrivava tutta l’ansia che provava in quel momento? L’urgente bisogno di risolvere, risolvere subito!

Risolvere cosa, poi?

Sapere. Sapere perché ci ha lasciato.

Perché il professor Leighton non ha nemmeno voluto parlarci?

Dare un nome. Se sai dare un nome a una cosa la definisci, la possiedi.

Che nome, però? Quale quello giusto?

Alice rimase a lungo ferma su quel ramo. Pensò. Finché non trovò il nome.

Non uno di quelli della Loggia, nuovi e sfiziosi. Un nome vecchio, già sentito.

Paura.

Ma ogni parola contiene altre parole, o no?

“Ha un nome, questa precisa paura che provo?” si chiese.

Alice non lo trovò. Non conosceva una parola che desse confine a quell’indistinta angoscia che la attanagliava. Quindi la inventò.

Abìgura.

Decise che ciò che provava era la paura di perdere, di perdere qualcuno importante, di perdere qualcuno importante senza nemmeno averlo salutato un’ultima volta. È una cosa che succede. Si chiama abigura.

Così decise, e forte di questa decisione seppe spiccare il volo.

Ebbe modo di interrogarsi se davvero la partenza del fratello, avvenuta a sorpresa, da un giorno all’altro, fosse stata tale da farle abigurare la scomparsa del professore dalla sua vita, ma lo fece solo liminalmente, di striscio, perché il grosso della sua attenzione era teso verso il prossimo passaggio: incontrare il professore, interrogare lui.

Raggiunse l’Accademia che anche le lezioni più tarde erano terminate, ma era ancora presto per il coprifuoco. Ghiandaie di ogni età gozzovigliavano sui rami degli alberi attorno all’antica costruzione degli uomini.

Volò all’interno, lungo le stanze comuni; non si fermò e filò dritta verso quelle che dal primo giorno erano state interdette a lei e a tutti gli altri studenti. Dopo l’incursione dell’altra sera, aveva poche remore.

-Uè, dove vai tu?- domandò a bruciapelo una ghiandaia, uno di quei figuri che popolano l’Accademia, non più studenti, mai professori. Personale ausiliario, li chiamava qualcuno.

-Devo vedere il professor Leighton- dichiarò Alice.

-Mmm non credo- fece quello, scuotendo il capo -è castigato.

-Come?

-È nel castigo. Non ci si parla.

-Sono la rappresentante della sua classe. Se ti chiedo di parlarci non è per mio estro personale. Lo faccio a nome di tutti. A nome della classe.

-Oh! Oh caspita, allora…

-Da che parte è, il castigo?

-Di qui, di qui guarda, giù dabbasso.

Alice discese verso le zone più basse della costruzione. Forse era ancora più in basso dell’altra notte. Trovò il professore in un cantuccio di una stanza buia e polverosa. All’entrata non c’erano guardie, le sue ali erano libere così come le sue zampe. Se stava lì, era anche per sua scelta.

-Alice!!- esclamò, ma subito seppe contenersi -Ripasseresti un’altra volta? Sono un attimo impegnato.

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